Gringo non è un libro soltanto per appassionati di calcio. Certo, c’è il racconto di intere stagioni sportive e di partite memorabili, c’è il gusto della ricostruzione di uno schema tattico ed il ricordo di calciatori, tecnici e presidenti facenti parte di un mondo ormai scomparso. Però, nel ripercorrere la carriera di un allenatore marchigiano a lungo peregrinante tra le squadre del Sud, Nando Veneranda, c’è la volontà di viaggiare sul filo della memoria e di disegnare progressivamente il ritratto di un uomo "contro": contro i compromessi umilianti e le bassezze morali. Il ritratto di un tecnico che ha accettato le sfide impossibili, per lanciare una sfida con se stesso, ed intanto ha procedito spedito verso la propria emarginazione, pur di non deviare dalla propria coerente condotta di vita. Così, sullo sfondo del racconto di salvezze memorabili, rocambolesche, affannose (a Taranto, Palermo, Avellino, Matera, Foggia), si stagliano fatti e personaggi inquietanti, eventi inspiegabili, tutti tesi a ricostruire la personalità di un anti-personaggio per eccellenza.

 

"Era naturale, così, in quella domenica settembrina e calcistica tifare per l'Avellino che giocava contro il Milan. Senza molte speranze, ma con molti desideri di rivalsa. A questo punto i ricordi si fanno confusi. Nella memoria si accavallano le tracce di voci radiofoniche, di inviati e di risultati. Mi sembra che la partita di Avellino non fosse collegata in diretta, ma che dovessero giungere gli aggiornamenti di Giobbe e Bortoluzzi in caso di gol di una delle due squadre. E giunsero: uno, due, tre, quattro. Un'emozione fortissima, tanto che rabbrividisco ancora oggi, mentre ricordo e scrivo. Perchè quei quattro gol li segnò tutti l'Avellino. Perchè l'allenatore di quell'Avellino era Fernando Veneranda".

Vito Chimenti: è lui la perla di quel bellissimo Palermo. Veneranda ne ricorda qualità e difetti: "Chimenti è stato un grande personaggio, penso che sia stato uno dei personaggi storici del Palermo. Lo portai in squadra perché me lo ricordavo con me a Matera, dove aveva fatto 16 gol. Quando lui venne in Sicilia, avevo fiducia, ma non avrei immaginato che potesse fare tanto. Perché a Palermo lui è stato quello che ha deliziato di più la gente. Soprattutto dal punto di vista della potenza. Poi ce n’è stato un altro, Montesano, però era completamente diverso. Chimenti sarà ricordato per sempre a Palermo, perché ha realizzato dei gol splendidi. Era molto difficile da gestire perché era una primadonna, era un ragazzo molto particolare. Un giocatore che sapeva di avere delle qualità tecniche che spesso non gli venivano riconosciute, quindi era molto ombroso, molto permaloso. Però aveva una potenza…Dopo è andato a Catanzaro e non è andato bene: con Mazzone non s’è trovato proprio. E’ andato ad Avellino ed io lì lo volevo tenere. Era il mio secondo anno ad Avellino e lui rientrava dal prestito al Taranto, è venuto ad allenarsi con noi: non so se ha fatto 30-35 gol in precampionato ed io l’utilizzavo dieci minuti, un quarto d’ora, perché sapevo che non rientrava nei piani della società. Però, a quel punto, io speravo di tenerlo. Invece lui è scappato via, perché forse conosceva meglio di me la situazione. E’ proprio scappato via: la mattina mi alzo, non c’era più. E’ andato a Taranto, gli han fatto il contratto in C. Conoscendo l’Avellino ha capito quello che sarebbe successo. Infatti, è stato bravo, intelligente. Lo ricordo con molto affetto, perchè era un ragazzo con cui non servivano molte parole per intendersi, bastava uno sguardo".

Avellino è il coronamento di una carriera: il raggiungimento della sospirata serie A. Un periodo indimenticabile, caduco come un sogno, vissuto tra la soddisfazione di misurarsi con i grandi e l’amarezza di una conclusione inspiegabile: "In serie A mi sono trovato benissimo. Perché c’è più professionalità quindi è molto più facile. Perché più si scende, più è difficile; più si sale, più è facile, secondo me. In questa categoria i giocatori sono anche intelligenti. C’è più professionalità, sono anche più forti. Le categorie selezionano, non c’è nessun dubbio. E’ chiaro che poi ci possono essere giocatori di categoria inferiore che possono stare anche in serie A. Lì il demerito, o il merito, non lo so di chi è, magari degli osservatori, o degli allenatori. Però la serie A è la serie A. Poi quell’anno lì era a sedici squadre, e la serie A a sedici è più selezionata. Bellissima, è stata un’esperienza esaltante per me. Peccato che poi sia finita in quel modo…".

Veneranda giunse ad Avellino il 14 ottobre 1982 - chiamato dal presidente Antonio Sibilia a sostituire Pippo Marchioro e risollevare una squadra caduta all’ultimo posto in classifica - e vi rimase tredici mesi: venne esonerato il 21 novembre 1983, all’indomani della sconfitta interna (0-2) con la Sampdoria. Guidò l’Avellino a cavallo di due stagioni, per 34 partite, conquistando 33 punti: una media eccellente per una provinciale. Così come eccellenti furono i risultati finali: nono posto conclusivo nella stagione 1982-1983 (il secondo miglior risultato di sempre per gli irpini); ottavo posto parziale al momento del licenziamento, nella stagione successiva.

Ed allora perché il rapporto tra Veneranda e l’Avellino si interruppe così bruscamente? Per scoprirlo, bisogna tornare indietro e considerare quella che è la storia dei biancoverdi.

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